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Il cielo era una serie di grigi e le nuvole folte all’orizzonte galleggiavano nello spazio. Dustina è morta con quel cielo, alle nove e ventuno, all’ospedale di Rosino. La notte prima, nel dormiveglia di chi aspetta, mi sentivo stanco, attendere la morte non è semplice e porta a riflessioni che non aiutano certo a dormire. Ho avuto, nel poco riposo, la sensazione immaginata del volo.

 Così, un po’ disturbato dalle mie visioni notturne, alle otto del mattino ero all’ospedale. Il suo sguardo era chiuso nel sonno, ma sembrava sorridere. Ricordo lo stesso sorriso nel pomeriggio del giorno prima, ho pensato fosse provocato da alcuni movimenti del suo corpo, come se uno spirito antico e senza nome la stesse preparando per portarla via e questo, ho immaginato, la divertiva. Non ha più aperto gli occhi, ma alle nove e ventuno il suo volto è scivolato sulla spalla per sempre. Ho chiamato l’infermiera quasi venti minuti dopo il suo ultimo respiro. Sono voluto restare vicino alla mia paura per sentirla bene.

 Com’è delicato l’uomo quando muore, l’infinita dolcezza della donna sembrava salire come la marea. Dustina dormiva nelle mie mani e la gratitudine della sua luce portava chiarezza nel mio cuore.

Quando ci si spegne, tutto quello che abbiamo conosciuto, amato, odiato, va a formare nuove anime, ma la mia coscienza, proprio perché tale, non riusciva a staccarsi dall’immortalità di quell’attimo. La tenevo ancora per mano e ancora era calda, quella mano, come se la vita non se ne volesse andare. Ho letto da qualche parte che l’anima in sé può restare nel corpo ancora qualche giorno, come in una casa che si lascia. Si sta lì in quegli ambienti ancora pieni dei nostri pensieri, anche se scrostati e polverosi, si sta lì a risentire tutto quello che la casa ha dato. Ho lasciato quella mano, quella donna, quella stanza, quel corridoio, quell’edificio e sono andato verso il mare. A vedermi da lontano, mi si poteva scambiare per uno spirito.

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