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Nell’armadio i vestiti scorrono piano, i colori estivi della primavera hanno già sostituito quelli dello scuro inverno e l’aria fresca che entra dalla finestra profuma di sole. Sospira allegramente. La camicia bianca prende posto vicino al completo blu oltremare, mentre una cravatta, infastidita, cade da una gruccia. La osserva e pensa che sarebbe dovuta essere più viola, così, vicino ai fiori, sarebbe stata perfetta. Questa è decisamente troppo azzurra.

Sospira ancora e porta gli occhi al telefono: è ancora spento. Lo accende in fretta sperando di non essersi persa nulla. Riesce anche a sbagliare il pin. Per fortuna non vibra né suona: non se lo sarebbe mai perdonato. Per essere sicura lo mette in tasca, chiedendosi se non fosse lei a dover chiamare. Non ricorda molto bene gli orari dei treni ma alla fine decide di lasciare a lui l’iniziativa. È lui l’uomo. Sorride divertita e chiude l’armadio.

Sono passate solo poche ore da quando è partito ma le sembra già un’eternità: gli ultimi giorni insieme sono stati così intensi che ogni secondo adesso sembra non scorrere mai. Si siede sul letto. Un raggio di sole le scalda la schiena. Chiude gli occhi e ricorda il suo bacio morbido prima di salire sul treno: sapeva un po’ di vaniglia e di menta. Era simile a quello del giorno prima, alla fine della celebrazione, ma più intimo, più segreto. Erano una famiglia ormai.

Un suono lontano la riporta alla realtà. Viene dai pantaloni. Eccolo, pensa.

«Eccomi. Pronto amore?» La sua voce era ancora più bella oggi.

«Ma dove eri finito?!» Lo rimprovera amorevolmente.

«Ho perso la coincidenza per Padova, sono bloccato a Milano.»

«Accidenti, ma come è possibile? Non avevi mezz’ora di tempo?»

«Non so cosa dirti, amore.»

Si era arrabbiata. Nello specchio le sue sopracciglia sono corrugate. Era praticamente scappato dopo la prima notte di matrimonio per quell’incontro di lavoro a Padova. E adesso aspettava a Milano. Avrebbero potuto stare assieme ancora qualche ora e coccolarsi nel letto come la sera precedente. Voleva troncare la conversazione ma non sapeva come.

«Amore, sei ancora lì? Pronto… non ti sento!»

Non riusciva a dire una parola. Era troppo arrabbiata.

«Amore?! Rispondimi ti prego…»

«Il campanello suona. C’è qualcuno alla porta, devo andare.»

Lo liquida così. Trattiene ancora il respiro, è furiosa. Scende le scale nervosamente. Lo odia. Odia anche il campanello. Esita un attimo, respira, si sistema la coda e apre la porta.

«Ehi, tutto bene?» La sua voce la stende.

«Ma non eri sul treno, cosa ci fai qui? E il ritardo… e…»

Le mani di lui le accarezzano il viso, le asciugano le lacrime nervose ormai commosse e la abbracciano. La porta si chiude dietro di loro quando entrano e rimangono in silenzio a guardarsi. È ancora più bello di stamattina, pensa lei. Lui la bacia e le accarezza la schiena.

«Questo è ancora più morbido di quello di stamattina…» sussurra lei nel suo orecchio. 

«Lo sai che ti amo» replica lui. «Ho pensato di lasciar perdere la riunione: non capita tutti i giorni di sposarsi con te!»

Sorride e la accoglie nel suo abbraccio grande.

«Sai» dice lei ancora incredula per la sua apparizione «quella cravatta che indossavi ieri era terribile, non c’entrava nulla con i fiori.» E aggiunge divertita «L’ho nascosta tra il tuo vestito e la tua camicia bianca.»

One thought on “Giacomo Inches – Il giorno dopo

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