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Domenica. Sono seduto al solito posto in fondo, tra le macchinette del poker e il bagno. Fuori fa caldo, il sole oggi sembra più grande del solito, siamo soli io e Aldo, il barista. Lui lava le tazzine io rileggo per la terza volta il giornale, alziamo la testa ogni volta che passa una macchina, nella falsa speranza che alzi una piccola folata di vento, o magari che faccia un incidente così avremmo qualcosa di cui parlare.

Il tempo da noi non passa mai, arriva in ritardo, forse ci ha dimenticato, forse non ha voglia.

Ripenso alla nottata, a quelle facce felici per forza, i locali che vomitano alcol come ossigeno e i ragazzini che si sentono uomini per un giorno. Lo odio, il sabato. Ma come ogni settimana Enrico ha scoperto una serata incredibile in un locale nascosto, nuovo o, a quanto dice lui, sottovalutato, una di quelle che ti ricordi per tutta la vita e puoi raccontare in giro orgoglioso. Il più delle volte ci ritroviamo a parlare dei nostri sogni nel cassetto, che se veramente esistessero, quei cassetti, avrebbero ceduto per il peso.

Chissà cos’ha in testa Aldo adesso. Niente, credo. Aldo è un barista, e come tutti i baristi ha una serie di esclamazioni e risposte che vanno bene in ogni occasione, tipo quando entra qualcuno e, anche se lo conosce da un sacco di tempo e di lui sappia vita morte e miracoli, lo saluto con un discreto Ehi bomber!

Sono le due già da mezz’ora ormai. Entra, falsamente inaspettata. Ha il solito vestito floreale che le sottolinea le curve delicate, un filo di rossetto, un nasino alla francese attento ad ogni cosa e gli occhi verdi sempre un po’ socchiusi e che ti guardano dall’alto. Salve a tutti, dice quasi sottovoce, anche se in realtà non mi ha notato. Prontamente Aldo risponde ehi bionda e posa le tazzine nel lavello. La signora Marzapane ha i capelli neri, ma quello è il modo che ha Aldo di salutare le donne. Nessuna eccezione. La signora Marzapane tira fuori una banconota da 20 euro dal reggiseno. La banconota è umida per il sudore che non ha risparmiato neanche quel corpo da fata. Ancora pochi attimi poi quell’angelo ci saluterà, per ripresentarsi come quell’essere schiacciato dalle sue stesse ingiurie, sotto le vesti stropicciate e sporche di martini rosso che diventa la signora Marzapane, ogni giorno da quando la sua metà l’ha lasciata. Mi vergogno un po’ per lei quando la vedo in quello stato. Eppure ricordo quando la vedevamo passare in tutto il suo splendore davanti al bar, ed era una gara a chi aveva la fantasia più assurda sulla posizione, o l’apprezzamento più audace sulla sua perfezione. Lei era obbligata a passare di là dato che abitava al portone di fianco, ma non ha mai abbassato la guardia, troppo felice e sicura del suo uomo che solo con lo sguardo ci avrebbe fatto a pezzi. Noi lo sapevamo infatti i nostri commenti erano più che altro bofonchiati, detti sospirando e a mezza voce. Poi l’incidente, che divide quella mela d’oro, forse distrutta da dio perché troppo, perché simbolo di peccato. Ora nessuno di noi osa di più di un sottomesso cenno del capo, evitando sempre di incrociare quello sguardo privo di tutto e troppo gelato per essere sostenuto.

Sono le due e mezza. Enrico è in ritardo come al solito. È impossibile capirne le motivazioni, ma è sempre bello ascoltare le sue bizzarre scuse. Oggi mi ha promesso un appuntamento a quattro, con due tipe che ha scovato chissà dove, ma che hanno la fama di essere delle grandi maiale. Sento delle urla venire dal palazzo di fronte. Non vale la pena uscire per questo, ma tanto volevo fumare. L’inquilino del primo piano abita solo. Ogni tanto si lascia prendere dai suoi fantasmi e grida al mondo quanto faccia schifo, quanto l’uomo sia solo merda, non risparmiando i passanti, che si vedono addossare delle colpe che non avevano idea di avere. Nessuno però gli ha mai replicato. Nessuno osa. Per paura delle risposte che potrebbe dare, per le verità che potrebbe ricordarci, non avendo nessuna barriera inibitoria che possa suggerirgli il buon costume, la discrezione.

Si vede una luce camminare verso di me. Ha il passo veloce, frenetico. Enrico. Un raggio gli punta la testa pelata che la fa brillare e mi costringe a chiudere gli occhi. Si scusa per il ritardo, ma ha litigato con le ragazze dell’appuntamento.

Al bar non succede mai niente.

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