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Ora lo sa con certezza.

Il suo dolore è verde acido. Lo capisce mentre scende le quattro rampe di scale per raggiungere le toilette del bar dove ha dato appuntamento a un’amica fingendo a se stessa e agli altri che sia una giornata qualunque. Verde acido, lo stesso colore di quegli altri muri di cemento alti al punto da perdercisi dentro, di quelle altre pareti troppo lisce e fredde tra le quali sono state progettate, corteggiate e tenute in piedi teneri speranze.

È strano, pensa mentre conficca l’ago nell’adipe del ventre e s’inietta il liquido, come alcuni si buchino per avvicinarsi alla morte, altri si buchino per rincorrere la vita. C’è chi gioca con la morte, c’è chi sfida la vita.

Verde acido. Non verde e basta. Verde e acido. Ironia della sorte? No, infelice coincidenza. Quell’acido in più rispecchia tutta la crudeltà e l’ingiustizia di questo momento che nessuna statistica ufficiale e nessun calcolo delle probabilità potrà mai farle mandare giù. Questo acido gli sta bene addosso. Questo acido forse le sta bene addosso.

Fuori le luminarie e gli addobbi per il Natale. Fuori un cielo che piove con tre gradi sotto zero. Strano, aveva segnalato un amico su FB, solo qui può accadere. Dentro gocce di lacrime e sangue. Se smetti di lottare ti accorci la vita, aveva pensato solo qualche giorno addietro.

Scalino dopo scalino le gambe vacillano, forse dolgono, più pesanti, più intorpidite, più a terra del solito. Non è suspense, non è stanchezza, non è ansia. È il dannato presagio che si prepara a compiersi dentro di lei. E lei, più curata e truccata del solito, sfrontatamente meno vestita del solito, cintura elasticizzata sui fianchi di quelle anni Ottanta che non indossa da un ventennio, fieramente barricata nelle apparenze che – pensa – almeno le salveranno la faccia, porta a spasso il suo corpo mascherando i sintomi che avrebbe voluto esporre, tenendo a bada fitte e movimenti sospetti, beffeggiando sarcastica lo sprezzo e la frustrazione che le crescono dentro, attendendo soltanto che quel sottilissimo filo si spezzi del tutto e che la fine annunciata si consumi il più rapidamente possibile. Non è la fine, ma è una fine. Ed è tutta sua.

Senti qualcosa? Sì, bolle in pancia, una sensazione di rottura interna, come una porzione di ghiacciaio che si distacca e precipita rovinosamente a valle. Fitte, alte, sotto le costole. Il corpo che ha interrotto la sua trasformazione, i sintomi prima dolci ora amari, il respiro non più così affannato su per le scale, la fame che dannata se ne va, gli odori che non pungono.

È di color rosso, questa sua fine. Rossa, solo rossa. Di nessun altro colore. Rossa come tutte le altre fini che marchiano il corpo e solcano l’anima di noi donne. Rossa come il dolore infuocato e inconsolabile che le brucia dentro. Rossa come rosso era stato quell’incipit di amore materno. Rossa come il rossetto che ha scelto oggi, così poco lei, così poco suo.

Questione di ormoni. Questione di extra. Questione di chissà cosa e chissà perché. Questione di perché io.

Eccoli i dolori decisivi. La corsa al rallenty in ospedale, passo dopo passo, stivali scamosciati ai piedi e colbacco ben calato in testa. La divisa bianca con la polo a maniche corte, i monitor, i formulari e le domande, le firme, le supposizioni e le diagnosi, le impietose avvertenze. Le mani, tante, le parole, troppe. La barella. I corridoi, mai abbastanza lunghi. Le luci, sempre troppo forti. La zona di preparazione degli operandi. Le casacche, le cuffie e le mascherine verdi. Le mani indaffarate sul testaletto. Poi due occhi neri, un «andrà tutto bene», un «porta con te un bel ricordo». La maschera di gomma trasparente che copre bocca e naso, l’aria un po’ più fredda…

Sono cose che succedono. È la natura. Alcuni la chiamano la mano di Dio. Qui però c’era tutto l’attento zampino dell’uomo.

Nero. È nera la luce che si spegne. È nero il buio. È nero anche il dolore, pensa quella notte, in piedi davanti a un letto estraneo, scalza e leggermente piegata in avanti, quasi a voler proteggere quel grembo ferito. Tre incisioni nel ventre a formare un triangolo isoscele, due litri di tè alla menta e un tormento di pensieri stropicciati.

Vuole un altro antidolorifico? Schmerzmittel, in tedesco. Analgésique, in francese. Ma lei in quel momento lo preferisce all’inglese, painkiller. Sì, mi dia un altro painkiller.

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