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Stavamo facendoci una nuotata.

Ancora non riesco a crederci. Eravamo lì, io e la Ely, sabbia d’oro e acqua di smeraldo, tranquilli a nutrirci di quel panorama trasparente e BUM, di colpo il mare si è capovolto. Ci siamo ritrovati al buio, odore di plastica, legati e imbavagliati, schiacciati come gamberetti. Poi BUM BUM sono iniziati i sobbalzi. Ci stavano portando via. Odore di benzina. Ci è venuta la nausea, il mal di mare, a noi, assurdo. Respiravamo a fatica, soffocavamo. Ci siamo guardati negli occhi, era buio ma ci siamo visti lo stesso, ci amiamo io e la Ely, ci siamo detti “Stavolta è finita”.

Dopo un sacco di ore di viaggio ci siamo fermati. Odore di smog. Ci hanno messo in una scatola, poi una porta metallica che si chiudeva. Odore di polistirolo. Eravamo di nuovo soli, io e la Ely. Stavamo accucciati uno di fianco all’altro, lo sguardo basso. Sentivamo il rombo metallico di un motore, circolava un’aria gelida e buia. Mal di testa, non sapevano più dov’eravamo e chi eravamo, avevamo provato ad allungare le zampe una verso l’altra, ma non eravamo riusciti. Allora stringemmo le membra sotto il corpo, ci facemmo piccole piccole e rimanemmo ad agonizzare così, per giorni, fino a quando la porta della prigione si aprì di scatto. Dalla luce accecante sbucò un essere con un buffo cappello bianco, ci prese e portò da quattro tipi seduti a un tavolo che ci guardarono con l’acquolina alla bocca. Poi entrò in un posto di nebbie infernali, poi che caldo… aiuto!

Non sono uno di quegli animalisti scatenati che credono che le aragoste vedano, pensino, ragionino, provino emozioni, abbiano un’anima. Non sono neanche un vegetariano o macrobiotico o fruttariano o crudista o brethariano o vegano-vegetaliano con la elle.

Però, avete mai visto morire un’aragosta?

Immaginatevi un pentolone sul fuoco. Arriva un tipo sudato, con un lungo cappello bianco infilato in testa. Ha un’aragosta in mano e la butta nell’acqua a cento gradi. Viva. Dicono che se morisse prima di venir bollita marcirebbe. Dicono. Il cuoco poi afferra con uno scatto felino un robusto coperchio e lo appoggia sulla pentola. Si sentono dei colpi, poi dei rimbombi, poi una gragnola di botte. La pentola traballa, l’aragosta cerca di uscire, il cuoco deve tenerla giù schiacciando il coperchio con tutte le sue forze. Poi… poi iniziano le grida, dei lamenti strazianti simili ai vagiti di un neonato che muore. Dicono sia l’aria intrappolata nel carapace che esce ad alta pressione. Dicono.

Provate però a sentire quelle urla.

Quella sera mi ero seduto al tavolo con tre vecchi amici: ridevamo, ricordavamo e ruttavamo.

Il solito Toni era venuto al tavolo col suo cappello da cretino per dire due cazzate anche lui e per le ordinazioni. Ci consigliava una prelibatezza, roba che noi non eravamo abituati. Aveva portato al tavolo una cassetta di polistirolo “Guardate che meraviglia” ripeteva. Erano due aragoste rattrappite nel ghiaccio che roteavano degli occhi tristi, con le antenne spezzate, la bava alla bocca, le chele strette da fascette bianche. “Le bollo e le taglio per il lungo con la sega circolare, vengono quattro porzioni. A voi faccio un prezzo speciale!”. Eravamo in branco e avevamo detto di sì, ma quando era tornato di là io avevo smesso, a poco a poco, di ridere.

– Cos’hai Gianni? sembri intristito.

Mi ero alzato di scatto, ero corso verso la cucina. Toni era davanti a un pentolone, gli diedi uno spintone, poi strappai via il coperchio e immersi il braccio nell’acqua bollente “Ahhahaha”, mi venne un urlo disumano, era bollente davvero. Estrassi il crostaceo che sbatteva i due occhi opachi di qui e di là. Misi il braccio e l’aragosta sotto il rubinetto, la cucina si riempì di grida e di vapore. Guardai il braccio, sembrava messo male, ma meglio dell’aragosta che si muoveva appena. L’altra era a terra che strisciava sulle piastrelle. La raccolsi e le strappai le fascette che legavano le chele, subito mi pizzicò il naso, “Ahiii”, un altro urlo, forse lei si spaventò e mollò subito. Per un attimo ci guardammo negli occhi.

L’auto sfrecciava sull’autostrada. Probabilmente avevo già rimediato una collezione di multe per eccesso di tutto. Mi infilai a razzo nell’ultimo tunnel fino a quando non sbucai dall’altra parte, in fondo c’era il mare.

Sul sedile di dietro erano sistemati due astici che al ristorante avevano cercato di spacciare per aragoste ma le aragoste non hanno le chele.

Erano vicini vicini, sembravano stringersi l’uno all’altro, forse avevano sentito il profumo degli abissi blu che li stavano aspettando.

Odore di libertà.

Federico Jahier è autore del noir Pensa sotterraneo edito da Spoon River

2 thoughts on “Federico Jahier – TUFFO A CENTO GRADI (BOILING JUMP)

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