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Sulla strada che da casa portava a scuola c’era un cantiere. E tutti i giorni Sally si fermava a guardarlo.

All’inizio rallentava semplicemente il passo e alzava lo sguardo fino alla sommità delle gru, verso il cielo bianco. L’aveva trovato per caso.

Aveva varie possibilità per raggiungere ogni mattina l’edificio bianco con gli infissi rossi in cui andava a lezione, ma col passare del tempo iniziò a scegliere sempre più spesso quell’alternativa, fino a farle guadagnare il titolo di “sua solita strada”.

Le avevano regalato per i dieci anni un mangiacassette, e dentro ci teneva una cassettina verde e viola con le canzoni dei Dinosaur Jr. – che le aveva dato il fratello. The Wagon gli era sempre sembrata troppo irruenta per iniziare un album quindi l’aveva messa a metà e lei la ascoltava mentre camminava, cercando di adattare i passi al ritmo.

Aveva i capelli più lunghi di tutte le altre bambine della classe e si vestiva sempre da maschiaccio, ma lei lo definiva “da sportiva.” Tant’è che le maestre le avevano assegnato la parte di Mel C nella recita di fine anno, sperando che così si sarebbe “integrata”, come dicevano loro. Tutte le bambine avrebbero voluto essere una delle Spice Girls, ma lei non voleva quella parte e aveva rinunciato, scambiandola per un ruolo più sobrio da “addetta ai costumi”. Nel volantino della festa la rappresentate di classe dei genitori, poi, aveva sbagliato anche a scrivere “spice”, sostituendolo con un non meno evocativo “space”. E per un po’ in casa se n’era parlato.

Sally non aveva amiche: ogni tanto le era concesso di giocare durante l’intervallo coi maschi, ma quelli finivano prima o poi per farle male. Si era già procurata una cicatrice sulla gamba destra, contro una panchina di cemento armato.

A lei, però, piaceva andare a scuola. Preferiva andare a piedi, da sola, perché quando doveva accompagnarla la mamma, la faceva sempre arrivare in ritardo. Lei e suo fratello, già pronti e imbacuccati, la aspettavano seduti in maniera scomposta, facendo scendere sempre più giù il telo bianco che copriva il divano. Nessuno dei due capiva perché ci mettesse tanto a prepararsi. Sembrava avesse bisogno di quel ritardo, di cui loro si vergognavano. Anzi, solo Sally ne provava imbarazzo. Il fratello maggiore, Ben, sembrava non accorgersi di niente: stava lì, trovando nuove occasioni per fare altro.

Avevano anche un cane, e un papà, ma lui non c’era mai durante il giorno, perché era sempre al lavoro. Sally non aveva ancora ben chiaro cosa facesse, quel suo papà, in dettaglio. La mamma diceva “i robot” e a lei era sempre sembrato piuttosto vago.

Il cane era un bastardo: sembrava un grosso Beagle leggermente sformato, o un piccolo Basset Hound. Era goffo nel manifestare affetto, come se si vergognasse a rendere espliciti i suoi bisogni. Mostrava la pancia agli sconosciuti come se qualcuno gli avesse fatto uno sgambetto invisibile e fosse ruzzolato a gambe all’aria. Nessuna traccia di quell’educata sottomissione di cui fan mostra certi cani. Sembrava più la resa di un pavido, nobilitata da un’innocenza che un uomo non avrebbe mai potuto avere.

Si chiamava Charles.

 

Nella rete che circondava il cantiere e impediva che si potesse guardarci dentro, Sally aveva trovato un buco. Era passato quasi un mese.

I primi tempi si teneva a distanza da quel confine. Camminava sul marciapiede opposto – anche se era dalla parte in ombra della strada e sempre ghiacciato – per poter vedere meglio verso l’alto. Man mano che i giorni passavano, però, non le erano più bastati i pali, i ponteggi e gli altri macchinari che spuntavano oltre il recinto: voleva sapere cosa succedesse più in basso.

All’andata e al ritorno, allora, aveva iniziato a costeggiare il bordo di quel luogo che sembrava rispondere a leggi tutte sue, cercando metodicamente pertugi per vedere cosa succedesse là dietro. Finalmente le era apparsa quella piccola falla.

Era un taglietto orizzontale, probabilmente creato da un cartello che una volta staccato si era portato via con sé un pezzo di rete.

Aveva passato alcuni giorni ad allargarlo con le forbici di scuola, togliendosi i guanti e sfidando il freddo – quando era sicura che non stesse passando nessuno. Ora ci si poteva vedere attraverso.

Sembrava che durante l’inverno i lavori fossero stati sospesi, eppure qualcosa si muoveva lì dentro. Ogni volta.

E ogni volta, quando Sally tornava verso casa si fermava qualche minuto a scrutare, distingueva il rumore dei movimenti di qualcuno. Non poteva fermarsi di più per evitare di insospettire la mamma.

Un giorno avvicinò l’occhio alla fessura e quello che vide venirsi in contro fu un altro occhio. Istintivamente si ritrasse. L’occhio la stava guardando. Era lucido e nero. Scappò via.

Per alcuni giorni non ebbe il coraggio di tornare ad avvicinarsi al buco, poi cedette alla curiosità. Cercando di non essere troppo silenziosa si protese verso la rete e aspettò, ma non accadde niente.

– Chi sei? – gridò allora oltre la rete.

Nessuna risposta.

– Ehi, c’è qualcuno?

Restò qualche secondo in attesa, all’erta, finché una voce dall’altro capo della recinzione non squittì:

– Ci sono io. Sono qui.

L’occhio tornò ad avvicinarsi. Era talmente scuro che non si riconosceva la differenza tra l’iride e la pupilla. A scuola stavano studiando il corpo umano e Sally per un po’ fu convinta che a quell’occhio mancasse qualcosa.

Si guardarono attraverso il buco, ma non potevano vedersi bene, perché la prospettiva era tutta distorta: essendo il buco leggermente più in alto dei loro occhi l’operazione richiedeva un certo sforzo.

 

Ciò non impedì a Sally di rendersi conto che dall’altra parte c’era un bambino.

Era pallido e sporco, magrolino quanto lei, presa in giro da tutti in classe perché era la più piccola della classe. Pensò che sarebbero potuti andare d’accordo, diventare amici.

– Cosa ci fai lì?

– Ci vivo.

– Ci vivi?

– Sì. Finché non arrivano quelli ad abitarci posso viverci io. Sono case.

– Ah, – a Sally parve un’idea ragionevole.

– Sei tutto solo?

– Non sono solo, sono libero.

Le era sembrata una bella risposta, ma non ci credeva neanche un po’ che gli piacesse star lì senza una mamma – o almeno un cane.

Da quel giorno in poi cominciò a portargli cose da mangiare: all’andata gli lasciava alcuni biscotti rubati dal sacchetto della colazione e al ritorno un pezzo della sua merenda che aveva lasciato per lui. Poi passò ai libri, ma lui non sapeva leggere, allora iniziò a portargli i suoi giornalini, che faceva finta di dimenticare a scuola per giustificare le sparizioni in casa.

Quando la mamma aveva intenzione di preparare un dolce si chiedeva se preferisse la torta di mele o quella al cioccolato e sceglieva di conseguenza. Prendeva tutte le decisioni come se fossero in due, anche se lui non c’era.

Nel frattempo si era fatta primavera e, se finiva i compiti in tempo, adesso poteva uscire di casa al pomeriggio. Allora andava subito a visitare il buco nella rete.

Era riuscita ad aprirne un altro più in basso, all’altezza dello sguardo lasso e buono di Charles. Così, la prossima volta, l’avrebbe accompagnata anche lui a trovare Gray.

Gray, aveva deciso di chiamarlo così. Il bambino le aveva detto che si chiamava Ray e all’inizio aveva protestato per la storpiatura, ma Sally gli aveva fatto notare che gli calzava a pennello: la sua pelle e i suoi capelli sembravano ricoperti di cenere, e a quell’osservazione non aveva osato controbattere.

Non aveva parlato del cantiere a nessuno e ogni volta che la mamma le chiedeva come andava a scuola, lei rispondeva semplicemente “bene”.

Finalmente arrivò un giorno in cui le fu dato il permesso di uscire anche con Charles.

Sally si diresse al cantiere, con quell’entusiasmo incontrollato che hanno i bambini per le promesse mantenute, e il cuore che le batteva forte dall’impazienza.

Una volta raggiunta la rete, gridò – Siamo arrivati! Ti ho portato Charles, così finalmente farete conoscenza! Gli ho parlato molto di te!

Gray si avvicinò, allora lei spinse Charles – che era un cane po’ timido e sospettoso – verso la rete arancione.

Soddisfatta, aspettava di sentire cosa si sarebbero detti quei due, guardando le gru che sembravano mirare alle nuvole in cielo, quando improvvisamente la sua attenzione fu richiamata al marciapiede.

Charles aveva lanciato un guaito straziante, come non gliene aveva mai sentiti fare, nemmeno quando qualcuno gli pestava inavvertitamente la coda.

Si chinò subito verso di lui, che si era ritratto e continuava a uggiolare disperato.

Aveva un occhio completamente immerso nel sangue.

– Cosa gli hai fatto? – gridò disperata contro la rete e terrorizzata, strattonando Charles col guinzaglio, visto che era troppo pesante per essere preso in braccio, corse a perdifiato verso casa.

La ferita si era rimarginata, ma il cane aveva perso la vista. Sally non si era più avvicinata al cantiere da allora, lo evitava metodicamente.

Ora aveva capito dov’era l’inferno, continuava a sognarlo e non sapeva come liberarsene.

Allora, un giorno, aveva chiesto alla maestra come si accende un fuoco.

One thought on “Lucia Brandoli – Lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti

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