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Lu è nella cameretta di Lele. Sta scegliendo i giocattoli da portare nell’altra casa. Con lei ha quattro scatoloni, abbastanza grossi, del colore più tipico degli scatoloni, un colore che mi ha sempre messo malinconia, figuriamoci adesso. Io indosso una vestaglia. È a quadrettoni, rossi e neri. Mi sono acceso un sigaro. Non so perché l’ho fatto. Sono le quattro di un sabato pomeriggio, di solito non sto in vestaglia a quest’ora. E nemmeno fumo sigari. Quello che ho tra i denti l’ho recuperato poco fa, viene dal fondo di un cassetto. Mi sembra di fumare escrementi di topo – questo sigaro dev’essere di chissà quando. Non so nemmeno che marca è. Magari mi sono messo in vestaglia e mi sono acceso un sigaro giusto per sottolineare il fatto che è Lu ad andarsene. Io, resto. Questa casa, non l’abbandono. E non abbandono Lele. Lu e io teniamo Lele un po’ per uno. Due giorni io e poi due giorni lei. Una cosa così, ma elastica. E dividiamo tutto. La maestra ha detto che i bambini come Lele sono un disastro. Lele avrà un quaderno da Lu e un altro quaderno da me. Il diario in una casa e l’astuccio nell’altra. Il mondo di Lele – che ha otto anni – sta per essere diviso in due metà. Come dice Lu, c’è la Metà Mamma e c’è la mia metà – la Metà Papà. Non è molto come immagine. Ma la verità è che non voglio riflettere su che cosa sta per succedere veramente a Lele. Spero solo per il meglio. Guardo che giocattoli Lu sta mettendo negli scatoloni. Ci ha messo Kubidal, il Rocciacubo. Premogar, Il Carbone Ardente. Algus, Il mucchio Algoso. Fortuna che i Gormiti sono un numero pari. Non ha dovuto faticare, Lu, per prenderseli. Ricordo che una volta avevo nascosto Algus a Lele e gli dicevo “Acqua” e “Fuoco”. Lele si è divertito un mondo. Considero l’idea di dire qualcosa a Lu. Di dirle di rimettere Algus a posto. Invece mi caccio il sigaro in bocca. Lo mastico un po’. Mi chiedo se Lu prenda Premogar o Kubidal pensando a quale Gormito Lele vorrebbe trovarsi nella Metà Mamma. Magari mi viene persino voglia di chiederglielo. Poi lascio perdere. È una sciocchezza. La osservo mettere negli scatoloni. E spargo intorno l’odore escrementizio del mio sigaro. Inutile dire che quando Lu mette qualcosa nello scatolone io ho un ricordo. Succede col Meccano. Con l’automobilina telecomandata. Ricordo di averla fatta andare sopra una fetta di torta una domenica, c’erano le ruote dell’automobilina sporche di panna e crema pasticcera. Lele è in un angolo della stanza. È silenzioso. Indossa un paio di pantaloncini blu e una maglietta arancione. Ai piedi calza scarpe da ginnastica con la tomaia rossa e le stringhe belle bianche. Sembra uno spettro. Non ha lo sguardo catatonico, è vigile, sveglio come sempre, ma c’è qualcosa di leggerissimo nel modo come sta nella stanza. Guarda Lu mettere negli scatoloni il pupazzetto del gorilla e quello del ranocchio (“Che differenza c’è tra rospo, rana e ranocchio?” ricordo Lele avermi domandato una volta), e la guarda infilare dentro un paio di libri di Geronimo Stilton. Poi la sua presenza leggerissima si fa consistente d’un tratto. Dice: “Mamma, lascia che sia io a mettere i giocattoli nello scatolone”. Una bella frase, di senso compiuto, e col tono dolce ma fermo. Il nostro ometto. Lele. Lu ha i capelli biondi sciolti. Le incorniciano il viso scavato, provato dallo stress degli ultimi giorni. Indossa un vestito scuro. Gli risponde: “Va bene”. Così adesso Lu e io guardiamo Lele scegliere le cose che vuole trovarsi dalla mamma e quelle dal papà. Mi viene da pensare che sia un modo per giudicarci. Dirci chi siamo. Osservo Lele collocare “Chi me l’ha fatta in testa?” su una mensolina. È un libro che parla di una talpa. Le hanno fatto la cacca in testa ed essendo cieca ma non priva di odorato, la talpa gira con la cacca sulla testa cercando di capire da dove provenga la puzza che sente. Lele quel libro vuole tenerlo qui. Io spengo il sigaro. Sento improvvisamente un peso nel petto. Mi trascino in salotto. Mi siedo sulla poltrona. Sento Lele mettere altre cose negli scatoloni e Lu aiutarlo.

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