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I servi servono. Quando non servono più smettono di servire e, generalmente, cercano di sgozzare il temuto e rispettato, a volte amato, patriarca.

 

Terra inzuppata e fredda. Il sole è il solo Dio che ci riscaldi, che ci risvegli dopo la discesa nella notte.

L’ombra di una fontana municipale era come il segno strisciante della meridiana. Marciapiede di piastrelle grigie.

Lui era nulla, eppure gli chiedevano, chiedevano proprio a lui, di fare alcune cose in cambio di denaro. In anticipo o a cose fatte. Su base mensile o a cottimo.

Così andava là a parlare con quei tizi. Era gente perbene, forse non proprio simpatici. La cosa più seccante era che lui riceveva del denaro per andare da loro, epperò loro, sotto la cortina dell’educazione sembravano infastiditi. E così non capiva bene “perché” andava là, anche se riusciva un po’ acrobaticamente a inventarsi un “come”.

Il “cosa” gli era chiaro a metà, come una luna turcomanna nel cielo meridionale.

Il punto allo zenith però, era che non gliene fregava assolutamente un cazzo.

Le ferrovie erano un disastro. Ferrovie private, o forse semiprivatizzate, o forse pubbliche ma gestite da privati…comunque erano un disastro. O almeno così gli sembrava… ma i treni non erano mai stati un luogo di gioia e di delizie. Perché questi siluri pretenziosi con nomi da barista debosciato gli sembravano così insensati? Certo il contrasto con i loro fratelli “regionali”, tenuti insieme con spago battipaglia, che si presentavano alla partenza una volta su due, dava una certa vertigine…

Cercava, guardando dal finestrino, e un po’ i suoi jeans marca pistola, comunque, di mettere a fuoco obiettivi e strategie:

A) Obiettivi: gli sembrava che alla riunione quello là avesse menzionato un ingresso nel gruppo… ma quale gruppo? Prima ne era certo ma poi c’era stata tutta la manfrina delle acquisizioni.

Beh, ricordava che era un marchio che veniva menzionato in relazione a stabilimenti presenti in tutto il Paese. Il Paese… o la nazione? C’era differenza?

Un tipo seduto sui gradini della stazione qualche ora prima gli aveva chiesto l’ultimo terzo del suo panino con la frittata: pane morbido, frittata grassa, lattuga, pomodoro… 2 euro e 60. Da non credere. Due giorni prima aveva speso 16 e 50 per rimanere con la fame in un bar semituristico. 16 e 50 e poi aveva dovuto comprarsi un etto di focaccia… un insulto che aveva inghiottito covando un rancore sordo.

Comunque non neghi un pezzo di pane a uno che te lo chiede gentilmente (e a maggior ragione non glielo neghi se te lo chiede con uno sguardo meno amichevole).

Il risultato finale, adesso, era quindi lo stesso di due giorni prima: aveva ancora fame. Aveva ancora fame ma aveva stanziato solo una cifra limitata per mangiare quel giorno… e poi come giustificare un secondo scontrino?

Allora, obiettivi: era in pratica un po’ una visita per conoscersi… forse lo avrebbero invitato a cena… anche una pizza: poteva chiedere un antipasto e mangiare tanto pane, con una media chiara gelata.

Doveva tirare fuori la solita sfilza di nomi ed era abbastanza certo che loro sapevano già quello che volevano e quanto lui potesse offrire.

Di prezzi non doveva parlarne. E nessuno si aspettava che lui arrivasse e dimostrasse chissacché in un paio di giorni. Confermare, farsi conoscere, stabilire i contatti… due palle. C’è qualcosa di peggio? Hard labour, 342 years, in Angola… for a crime he did non commit.

Quindi quelli erano forse gli obiettivi. Speriamo.

B) Strategia: Se quelli erano gli obiettivi non ci voleva Von Clausewitz. Avrebbe visto un po’ lì per lì.

In vent’anni di lavoro non gli era mai successo di lavorare attivamente, in trasferta, con una donna, fatta eccezione per quella signora israelo-romena dai capelli rosa-arancio che però possedeva un inglese rudimentale e si limitava a dei miagolii significativi.

C’era stata quella bellissima alsaziana con le trecce bionde, ma non l’aveva mai avvicinata da sola… era anche un funzionario di una certa importanza, di una multinazionale di quelle pesanti: una valchiria con i blue-jeans, molto gentile ma con una struttura da atleta, le gambe un po’ arcuate da mediano, ma bella. Forse il culo non era all’altezza. E il culo ha il suo peso.

Aprì il giornale che leggeva come si può studiare un vibrione patogeno. Pur sempre interessante da controllare, da catalogare, tenendolo sempre all’altro capo dell’obiettivo del microscopio. Un oggetto appartenente a una dimensione estranea, che non aveva alcuna funzione diretta per lui ma che bisognava pur tenere d’occhio. Lo stile dell’impaginazione, la qualità degli inchiostri, la frequenza degli errori di concetto e di ortografia sarebbero serviti da indice dell’inquinamento psichico dell’universo politico-giornalistico.

Di fare il bagno arrivati a B. non se ne parlava da vent’anni: lei farebbe da mangiare in una pentola sporca?

Un titolo del giornale faceva riferimento alle elezioni in un Paese lontano. Pensò che probabilmente non esisteva una parola di origine locale per nominarle. Ma le parole sono lì che aspettano di essere inventate. Ad esempio il nome di quel Paese non sembrava inventato da quella gente lì…
Il sottotitolo diceva che il leader progressista intendeva diventare un ponte attraverso il quale i giovani sarebbero arrivati alla “leadership”. Non “alcuni” o “molti” giovani. I GIOVANI, tutti presumibilmente, avrebbero attraversato come folla il suo dorso per diventare, tutti, leader, capi.
Ma capi di chi? Dei vecchi rimasti dall’altra parte del ponte? Boh.

Era fottuto, era negativo e si perdeva in sofismi. E gli piaceva, era un gioco solitario e gratificante.

Fiori bianchi di ciliegio, grandi fiori di magnolia. Erbetta appena rasata, odore di cumarina.

Li aveva lasciati al mattino, nei giardini attorno alla sua casa. Un fiore appartiene a una specie precisa e ha un suo colore e un suo odore. Ma poi non è vero, perché ci sono gerani di tutti i colori… e allora cosa gli avrebbe raccontato a quelli là?

Arrivò alla reception; lo aspettavano. Solito cartellino da attaccarsi addosso. Plastica pretenziosa. Ma si può avercela su con 3 grammi di polipropilene?

La riunione, come sperava, fu un’inutile formalità.

Andò in albergo a prendere possesso della stanza e poi scese per un aperitivo al bar.

Si sentiva andar giù, diventare una traccia, un simbolo, il richiamo a un’esistenza mancata.

Lo colpiva la futilità della sua persona, era diventata una sensazione tattile.
L’infinito che lo collegava alla luce del senso, il colore del tramonto tra le dune di un deserto, senza confini, la purezza dell’acqua che scorre fredda tra le rocce, il volto della madre che curava la sua febbre da bambino, la gonna a pieghe del suo primo grande amore e, soprattutto, il dolce sorriso di suo padre e la sua forza da guerriero, non c’erano più.
C’era quel bar e l’attesa di una cena durante la quale, come sempre, avrebbe parlato troppo.

Il tecnico con cui avrebbe cenato giunse in orario perfetto. Fu efficiente e gentile.

Mangiarono in un ottimo ristorante con una veranda sul mare.

Il suo ospite era intelligente, un uomo di quarant’anni, con una buona preparazione di base, competente ma non pedante.
Il vino era buono pur non essendo di una cantina particolarmente rinomata né, a quanto aveva capito, eccessivamente costoso.
Prese ravioli all’ortica e ascoltava l’altro, dirimpetto, che gli raccontava del proprio percorso scolastico e del lavoro precedente.

Aveva già formulato alcune teorie sul suo interlocutore. Però questi non era antipatico e lui a sua volta avrebbe voluto risultare piacevole e cercare di non pesare sulla serata.

Di fatto l’alcol lubrificò le loro naturali disposizioni e si trovarono a conversare e a scherzare per due ore, in un’atmosfera di cordialità se non di complicità: condividevano un gergo specifico e il gusto della battuta. Ne godettero con larghezza.

Tornò all’albergo appesantito dal cibo e dal vino, nonostante la breve passeggiata. Si attaccò al rubinetto e cominciò le cure idrotermali.

Al mattino ci fu una seconda riunione e una visita all’impianto. Ogni volta, ogni impianto era identico al precedente eppure differente: come un organismo si era evoluto nel suo ambiente, combattendo i nemici locali. La salsedine o la scarsità di pezzi di ricambio, la richiesta eccessiva di produzione o l’insipienza di chi lo conduceva…

Vedere le macchine non era mai noioso o rischioso come parlare con gli uomini, esseri per loro natura sfuggenti e infidi. Erano belle le macchine, ma facevano un baccano assurdo e quindi la visita sembrava un po’ una recita di muti e quello che capì, alla fine, fu che poteva andare anche peggio…

Rientrò col treno delle 15 e 30.

Il giorno dopo, quando giunse in ufficio, seppe dal suo collega, che appariva stravolto, che era stato annunciato un piano di ristrutturazione aziendale che prevedeva 843 esuberi. Ci sarebbero voluti mesi perché la cosa si definisse tecnicamente ma lui era uno di quegli 843 e fu quindi inserito nella manovra di dismissione.

Entrò nella doccia in un pomeriggio di luglio e il sole colorava di giallo il piccolo ambiente. Aprì una saponetta nuova. Una voce da fuori. Parlò, poi rise… leggera!… si spense. Aprì l’acqua, un getto forte e tiepido…

“Fino a quando,” pensò “avremo abbastanza acqua pulita?”.

3 thoughts on “Massimo Berri – Diario dell’inadatto

  1. L’acqua sta finendo Massimo, ma tu tieni le fila e ci fornisci riassunti lucidi e rassicuranti su quanto non siamo soli nel non capire.
    Grazie grazie grazie

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